L’avvento dell’intelligenza artificiale viene spesso raccontato attraverso una doppia narrazione contrapposta: da un lato la promessa di grandi opportunità, dall’altro la prospettiva apocalittica di una tecnologia che rischia di accentuare i divari esistenti. Ma cosa accade se guardiamo a questa trasformazione digitale attraverso la lente della questione meridionale?
È l’interrogativo di fondo sollevato da Luigi Fiorentino, Presidente del Centro di Ricerca “Guido Dorso”, in un importante intervento pubblicato sulle pagine del quotidiano Avvenire, che offre una chiave di lettura fondamentale anche alla luce dei temi affrontati durante la quinta Summer School del Centro.
Un divario che rischia di allargarsi
Le grandi trasformazioni tecnologiche non cadono mai su un terreno neutro: incontrano storie, infrastrutture e competenze disuguali, rischiando di amplificare le distanze. I dati citati nell’analisi parlano chiaro: la quota di cittadini con competenze digitali di base si ferma al 42,7% in Campania e al 40,2% in Calabria, a fronte di una media nazionale del 54,3%.
Questi numeri dimostrano che l’intelligenza artificiale non è un semplice software da imparare, bensì una tecnologia d’uso generale — paragonabile all’elettricità o al motore — che moltiplica la produttività di chi la possiede e penalizza chi la subisce ai margini. Se il Mezzogiorno arriva a questo appuntamento con un deficit di alfabetizzazione digitale, il rischio concreto è che il divario tecnologico si traduca irreversibilmente in un divario di ricchezza, di lavoro e di potere.
Non solo una minaccia: l’infrastruttura immateriale come riscatto
Tuttavia, considerare questa transizione unicamente come una minaccia sarebbe un grave errore. La stessa tecnologia che può amplificare i divari offre, a certe condizioni, un’opportunità straordinaria. Un’infrastruttura di intelligenza artificiale non richiede necessariamente di concentrare capitali fisici in un unico luogo: consente di lavorare in rete, portare competenze avanzate dove non ci sono poli industriali e valorizzare le vocazioni in cui il Sud ha un vantaggio competitivo, dall’agricoltura di precisione al turismo digitale.
La vera scelta decisiva ha un nome antico e sempre attuale: capitale umano. Investire su di esso significa investire sulla crescita del Mezzogiorno. Non basta portare al Sud connessioni e data center se poi i giovani formati sono costretti a partire per trovare un lavoro all’altezza delle loro competenze. La posta in gioco è trattenere i talenti e attrarre nuove energie, costruendo ecosistemi locali dell’innovazione in cui formazione, ricerca e impresa si tengano insieme.
Democrazia, etica e classe dirigente
C’è poi una dimensione cruciale che riguarda la democrazia: i modelli linguistici e gli algoritmi che entrano nella nostra vita quotidiana non sono infrastrutture neutrali. Delegare la comprensione a pochi soggetti privati significa cedere parte della nostra capacità di giudizio. Per il Sud, che storicamente ha subito scelte fatte altrove, è necessaria una consapevolezza da coltivare subito.
È proprio questa la missione che il Centro di Ricerca “Guido Dorso” persegue con costanza: leggere le trasformazioni del presente senza mai perdere di vista il Mezzogiorno. Comprendere le potenzialità e i rischi dell’intelligenza artificiale è oggi condizione indispensabile per formare una classe dirigente consapevole, capace di governare il cambiamento con competenza, responsabilità e visione.
La questione meridionale non è un capitolo chiuso della nostra storia. L’intelligenza artificiale rappresenta l’ennesima occasione da non perdere, ma soprattutto una strada maestra per il riscatto. E la differenza, come sempre, la faranno i giovani e la qualità del loro sapere.

